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martedì 30 agosto 2016

LAVORO IN ITALIA, I GIOVANI SI "ADATTANO"....


È aumentata tra i giovani la disponibilità ad adattarsi al mondo del lavoro (47%) e a cercare di vedere positivamente la propria vita professionale anche quando questa non è totalmente in linea con le proprie aspirazioni. Gli italiani, tra i 18 e i 32 anni, ai quali è stato chiesto di valutare con un voto da 1 a 5 il senso di soddisfazione sulla propria vita raggiungono in media un valore pari a 4,3, mentre l’autorealizzazione viene messa in secondo piano rispetto al reddito, soprattutto nelle classi sociali medio basse.

E la remunerazione è infatti uno dei principali punti dolenti della qualità del lavoro svolto, assieme alla non sempre stretta coerenza con il proprio percorso formativo. Questa condizione di adattamento riguarda tutti, ma è ancora più forte per chi ha un lavoro a tempo determinato (49,3%). In tutte le dimensioni considerate - non solo sull'aspetto della stabilità - il lavoro a tempo determinato risulta su valori più bassi rispetto a quello indeterminato. L'unica eccezione è il rapporto con i superiori, forse anche per la necessità di mantenere relazioni positive per il rinnovo del contratto (76% per il tempo determinato e il 68,4% per il lavoro autonomo.




A rivelarlo è il “Rapporto Giovani” – promosso dall’Istituto Toniolo di Studi Superiori con il sostengo di Intesa Sanpaolo e Fondazione Cariplo – presentato al Meeting di Rimini da uno dei suoi curatori, Alessandro Rosina, docente di demografia all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Dalla rilevazione, effettuata a ottobre 2015 su un campione di 9.358 persone, rappresentativo della popolazione italiana di età compresa fra i 18 e 32 anni, emerge inoltre che l’elevata percentuale di Neet (valore assoluto superiore ai 2 milioni e 200mila, il più elevato in Europa) “non compromette solo le vite lavorative dei giovani – si legge in un comunicato – ma costituisce un enorme macigno” su sostenibilità sociale, dinamiche demografiche e sviluppo economico dell’intero Paese.

In Italia, spiega Rosini, “già prima della crisi economica il tasso di occupazione giovanile risultava essere uno dei più bassi in Europa. L’Italia è uno dei Paesi avanzati che con l’entrata in questo secolo meno si sono rivelati capaci di dotare i giovani di strumenti adatti per essere attivi e intraprendenti nel mondo del lavoro”. Conseguenza ne è che i giovani, “anziché essere protagonisti positivi di processi di innovazione e inclusione che rendono più competitiva l’economia e più solida la società, si trovano relegati ai margini, dipendenti a lungo dai genitori, con progetti professionali e di vita bloccati”. Eppure, conclude Rosina, “non sono rinunciatari” ma “hanno in partenza progetti di vita importanti”.

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